Famiglia nel bosco, “Così lo Stato può portar via i bambini a chiunque”: l’allarme dell’esperto denuncia il rischio per tutte le famiglie
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La storia della cosiddetta “famiglia nel bosco” continua a infiammare il dibattito pubblico, trasformandosi in uno dei temi più controversi di queste settimane. Il gesto dei genitori che hanno deciso di crescere i loro tre figli lontani dalla città, immersi nella natura e distanti dai modelli educativi tradizionali, ha acceso un confronto che supera il fatto di cronaca e tocca questioni profonde: libertà di scelta, tutela dei minori, sfiducia nel sistema scolastico e rifiuto del ritmo frenetico della società. A intervenire nella discussione è stato il politologo e sociologo Luca Ricolfi, che in un’intervista rilasciata a Il Tempo ha invitato a guardare la vicenda con meno superficialità, leggendo ciò che sta accadendo alla luce dei profondi cambiamenti sociali post-pandemia.
Secondo Ricolfi, non dovrebbe sorprendere che nel 2025 una famiglia scelga di vivere in un bosco con dei figli piccoli. La saturazione della vita moderna, aggravata dall’era post-Covid, avrebbe reso molti genitori sempre più diffidenti nei confronti della routine cittadina e delle sue conseguenze. Lo studioso cita esplicitamente i danni dei cellulari e il rischio di una socializzazione eccessiva e non filtrata come elementi che spingono alcune famiglie verso modelli di vita più radicali. Una scelta estrema, ma che per Ricolfi nasce da un malessere reale, soprattutto se riferito alla crescita dei bambini entro una certa età, periodo in cui possono essere educati anche fuori dai canoni tradizionali.
Il nodo dei vaccini, l’igiene e la scelta dei giudici: le criticità più discusse
Il punto che divide maggiormente riguarda il tema dell’igiene, della socializzazione e soprattutto della decisione di non vaccinare i figli. Ricolfi non difende questa scelta senza riserve, definendola “discutibile”, ma la considera comprensibile alla luce delle conseguenze sociali e psicologiche generate dalle vaccinazioni anti-Covid. Sulle condizioni di isolamento, però, invita a ridimensionare le accuse: i bambini, secondo quanto riferisce, non vivrebbero affatto senza contatti con altri coetanei, ma frequenterebbero famiglie con uno stile di vita simile a quello dei genitori Trevaillon-Birmingham.
È qui che lo studioso critica apertamente la decisione dei giudici, che avrebbero richiamato l’articolo 2 della Costituzione per giustificare l’allontanamento dei minori. Ricolfi ricorda come la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo specifichi chiaramente che “i genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”, sottolineando così un possibile errore di valutazione. Per lui, il provvedimento non solo sarebbe eccessivo, ma anche potenzialmente dannoso, poiché il trauma provocato dall’intervento dei servizi sociali è immediato e certo, mentre i rischi da cui i bambini sarebbero stati “protetti” restano ipotetici.

La scuola, la politica e l’effetto culturale di un caso che divide l’Italia
A rendere tutto più complesso ci sono i dati del Ministero dell’Istruzione, secondo cui il percorso scolastico dei bambini sarebbe stato portato avanti regolarmente. Un elemento che, se confermato, aprirebbe interrogativi ancora più pesanti sulla necessità dell’allontanamento. Su questo punto Ricolfi aggiunge un’osservazione destinata a far discutere: secondo lui, la scuola elementare italiana avrebbe progressivamente perso efficacia, lasciando alle medie il compito di gestire alunni “iper-socializzati e ipo-acculturati”. Una provocazione che ribalta la percezione comune e che lo porta a dire che un insegnante potrebbe trovare più semplice lavorare con un “bambino del bosco” rispetto a uno cresciuto in città.
Il caso, inevitabilmente, è esploso anche sul piano politico. Per alcuni si tratterebbe dell’ennesima strumentalizzazione, ma Ricolfi offre una lettura diversa: le accuse di strumentalità arriverebbero sempre dalla stessa area politica, quella che non riesce a trasformare la vicenda in un vantaggio narrativo. L’unico, secondo lui, ad aver affrontato la questione senza pregiudizi sarebbe stato Marco Rizzo, che ha invitato a riflettere su consumismo e alienazione invece di condannare a priori la scelta della famiglia.
Così, la storia della famiglia Trevaillon-Birmingham non è più solo una vicenda isolata, ma diventa lo specchio di tensioni culturali, paure educative e sfiducia nelle istituzioni che attraversano l’Italia contemporanea. Una discussione che durerà a lungo, perché in quella casa nel bosco molti non vedono solo un caso estremo, ma un simbolo dei cambiamenti che stanno trasformando la nostra società, mettendo in discussione ciò che consideravamo normalità.
