Coop @wikicommons, risorgimentonocerino
Una riorganizzazione annunciata come “necessaria” rischia di trasformarsi in un Natale amarissimo: 520 lavoratrici e lavoratori temono chiusure e tagli.
La parola che gira tra corsie e uffici è una sola: incertezza. Perché quando una realtà della grande distribuzione entra in una fase di “razionalizzazione”, dietro i comunicati e le tabelle si muovono persone, turni, famiglie. E se la notizia esplode a dicembre, l’effetto psicologico è devastante: chi è appeso a un contratto e a uno stipendio sente di colpo che il panettone potrebbe diventare un lusso, non una tradizione.
Secondo quanto riportato da RomaToday, la situazione riguarda una struttura collegata al mondo Coop che impiega 520 dipendenti e che si ritrova oggi nel mirino di un piano di tagli e riorganizzazioni. Il lessico è quello già visto altre volte: riduzione delle perdite, eliminazione delle sovrapposizioni, vendita o chiusura dei punti meno redditizi. Ma per chi lavora lì, tradotto in modo semplice, significa una domanda che martella: resto o salto?
Negli ultimi mesi il settore ha cambiato pelle: consumi altalenanti, costi cresciuti, clienti più attenti al prezzo e una concorrenza sempre più aggressiva, anche tra insegne “vicine”. In questo quadro, i piani industriali diventano bisturi. E quando si parla di cessione o chiusura di più realtà, la paura è che il taglio finisca per colpire non solo i negozi, ma anche ciò che sta dietro: magazzini, uffici, organizzazione.
Il rischio, raccontato da chi segue la vicenda da vicino, è che l’operazione venga scaricata tutta sul personale, chiedendo a lavoratrici e lavoratori di pagare errori di gestione accumulati nel tempo. Per questo, nelle ultime ore, l’aria si è fatta pesante: la sensazione è quella di essere entrati in una trattativa dove ogni posto di lavoro vale una battaglia.
Quando si pronuncia la parola “esuberi” non si parla mai solo di numeri. Si parla di spostamenti forzati, ricollocazioni difficili, possibili tagli e famiglie costrette a riorganizzare tutto. La linea più temuta è quella del “ridimensionamento” che, anche senza annunci plateali, può tradursi in uscite, mancati rinnovi, pressioni indirette. E nel frattempo cresce la tensione, perché chi lavora vuole certezze, non formule.
La partita ora si gioca su due fronti: da un lato la richiesta di soluzioni che evitino licenziamenti, dall’altro la necessità di capire quali siti e quali reparti siano davvero a rischio. È una situazione complicata anche perché il tempo stringe: dicembre non è un mese qualunque, e l’idea di affrontare le feste con la paura addosso rende tutto più esplosivo. In mezzo restano loro, i 520, con una certezza amara: finché non arriverà una risposta chiara, la normalità non tornerà.
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