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Europa in allarme rosso, eserciti, rifugi e riarmo totale contro la minaccia russa | Nelle prossime ore succederà…

Un clima di preparazione silenziosa attraversa il continente: tra piani di evacuazione, recessi militari e investimenti record, perché i Paesi europei agiscono come se il rischio di un conflitto fosse più vicino del previsto

L’Europa vive giorni di inquietudine crescente. Un’ombra lunga, fatta di operazioni ibride, minacce indirette e tensioni geopolitiche sempre più esplicite, ha riportato il continente in uno scenario che ricorda da vicino i momenti più tesi della storia moderna. In molte capitali si parla sottovoce, ma si pianifica come se il rischio di un conflitto con la Russia non fosse più un’ipotesi remota. Un allarme che non viene comunicato in modo esplicito ai cittadini, ma che emerge dagli atti concreti: riarmo accelerato, ricostruzione di rifugi pubblici, manuali distribuiti alla popolazione, piani industriali per la produzione di armi, corsi di difesa nelle scuole e test di evacuazione. L’impressione, per chi osserva dall’esterno, è che in Europa sia iniziata una fase nuova e delicatissima, un cambio d’epoca.

La svolta parte dal riconoscimento di una minaccia che non riguarda soltanto i confini fisici, ma l’intero sistema continentale. Droni, cyberattacchi, spionaggio, campagne di influenza: la guerra ibrida condotta da Mosca non punta a colpire un obiettivo militare, ma a destabilizzare società moderne interconnesse e digitali. Per questo i governi hanno compreso che la sicurezza non può più essere considerata solo un affare dell’esercito. Occorre una risposta totale, capace di integrare protezione civile, industria bellica, reti energetiche, infrastrutture e capacità di reazione dei cittadini. È qui che nasce la nuova Europa della difesa diffusa.

I Paesi del Nord corrono ai ripari: rifugi, leve obbligatorie e piani di evacuazione

Nei Paesi baltici la preparazione alla crisi è ormai una politica strutturale. In Lituania è partita una campagna nazionale che istruisce i cittadini sulle scorte essenziali e sui rifugi più vicini; in Lettonia è tornata la leva obbligatoria per i giovani tra 18 e 27 anni, mentre nelle scuole è stato introdotto un corso di difesa nazionale. In Estonia vengono distribuiti manuali multilingue e aggiornati i piani di evacuazione nelle zone considerate più a rischio.

Il Nord Europa segue la stessa strada: la Finlandia prepara i parlamentari a operare nei bunker istituzionali, aggiornando le linee guida per la popolazione in caso di bombardamenti o blackout; la Svezia ristruttura i suoi 64 mila rifugi sotterranei, equipaggiandoli contro minacce chimiche e radiologiche, un ritorno al passato che oggi appare drammaticamente attuale.

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La nuova corsa agli armamenti e il dilemma italiano: tra prudenza e urgenza strategica

Nel resto d’Europa il riarmo procede a ritmi che non si vedevano da decenni. Il Regno Unito ha aumentato il budget militare e avviato programmi per nuove testate nucleari; la Germania ha inaugurato investimenti da 100 miliardi immediati e altri 500 in arrivo, trasformando stabilimenti civili in fabbriche di munizioni, carri armati e satelliti. La Francia punta invece a un modello misto: resilienza civile rafforzata, un servizio militare volontario e una spesa per la difesa che entro il 2035 potrebbe raggiungere il 3,5% del Pil.

L’Italia tenta un equilibrio più prudente. È in elaborazione un nuovo Piano di difesa nazionale, coordinato con Protezione Civile e istituzioni locali, pensato per rispondere a crisi ibride o convenzionali. Ma la distanza tra la preparazione tecnica e l’opinione pubblica resta ampia. Mentre nel Nord Europa si distribuiscono manuali su cosa fare in caso di attacco, in Italia iniziative simili rischierebbero di generare panico politico. Il simbolo di questo ritardo è il Monte Soratte: un grande bunker storico trasformato in attrazione turistica, ma oggi inadatto a proteggere le istituzioni in caso di emergenza. Un paradosso che mostra quanto la preparazione nazionale sia ancora incompleta.

L’Europa, però, non si muove più in ordine sparso. Sta costruendo un modello di difesa totale, dove i cittadini non sono spettatori ma parte integrante del sistema di sicurezza. Una strategia che non nasce dall’allarmismo, ma dalla consapevolezza che ignorare la minaccia sarebbe molto più pericoloso. Perché la domanda che attraversa ogni capitale, oggi, è la stessa: come si protegge una società moderna da una potenza che considera la guerra un’opzione politica legittima?

Valeria Mazzantini

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