Il ruolo storico delle donne nella medicina: tra guaritrici, ostetriche e la figura enigmatica della Janara

La storia della medicina è intrisa di figure femminili spesso dimenticate. Sebbene l’accesso formale alle professioni mediche fosse limitato, le donne ricoprirono ruoli cruciali, soprattutto nell’assistenza ostetrica e nella cura tradizionale. Esistevano eccezioni notevoli, come Trotula de Ruggiero (Salerno, circa 1050-1097), medico di fama europea, ma la maggior parte delle donne si dedicava alla pratica medica in contesti informali. Il parto, considerato un evento domestico e non un caso clinico, era affidato alle cure delle donne della famiglia e alle ostetriche, esperte tramite l’apprendimento pratico. La mortalità materna era allarmante, raggiungendo circa una gestante su tre a causa di complicanze durante il parto.

In contesti rurali, la figura della guaritrice di campagna, conosciuta in Campania come “Janara”, assume un ruolo centrale. Prive di accesso alla medicina ufficiale, le popolazioni più povere facevano affidamento su queste donne, inizialmente rispettate, poi emarginate con l’affermarsi del potere ecclesiastico. Le Janare padroneggiavano l’erboristeria, trasmettendo segretamente saperi tradizionali, spesso solo in punto di morte. I loro trattamenti, a base di pozioni, unguenti e riti magici invocanti le forze naturali, suscitarono sospetti e persecuzioni da parte della Chiesa, che le accusò di stregoneria.

La leggenda delle Janare si diffuse nel folklore campano, distinguendo tra guaritrici benefiche e figure maligne capaci di infermità e malefici. Nel Sannio, la loro figura si intrecciò con il culto di Iside, dea egizia associata alla magia e all’aldilà, importato in Italia da Domiziano.

Ancora oggi, sopravvivono tracce di queste tradizioni nella cultura popolare. Alcune nonne conservano rimedi tradizionali, come la pratica di “fare gli occhi” per alleviare il mal di testa, accompagnata da preghiere per scongiurare invidie e maldicenze. Questa conoscenza è trasmessa gelosamente, spesso solo in punto di morte o alla nascita di un nipote, per proteggere il bambino da influssi negativi.

Redazione

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