Un recente verdetto del Tribunale di Vicenza ha ridefinito i confini del risarcimento del danno non patrimoniale in caso di perdita di un congiunto. Il caso, nato da un incidente stradale con esito mortale, ha visto la richiesta di risarcimento non solo da parte della moglie, ma anche dalla compagna del defunto. Il giudice, analizzando la vicenda, ha accolto entrambe le istanze, riconoscendo il diritto al risarcimento sia alla vedova che all’amante. La donna, che aveva intrattenuto una relazione stabile con la vittima per sette mesi, aveva presentato prove concrete di un progetto di vita comune, inclusi piani per una futura convivenza e matrimonio dopo la separazione della vittima dalla moglie.
Questa decisione si inserisce in un più ampio filone giurisprudenziale che privilegia la valutazione della profondità del legame affettivo, indipendentemente dallo status giuridico formale. Precedentemente, la convivenza era considerata requisito fondamentale per il risarcimento del danno da perdita di un affetto; tuttavia, a partire dal 2015, è stata ritenuta sufficiente la dimostrazione di una relazione stabile e significativa, anche in assenza di coabitazione. La Corte di Cassazione, nel 2017, ha ulteriormente consolidato questo principio, riconoscendo il diritto al risarcimento anche a nipoti non conviventi con il defunto. La sentenza di Vicenza conferma, dunque, la tendenza a considerare la sostanza del legame affettivo, piuttosto che la sua formalizzazione legale, nel determinare l’accesso al risarcimento del danno non patrimoniale derivante dalla perdita di una persona cara.
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