L’eredità del passato italiano

L’antica saggezza popolare, “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei,” risuona profondamente nella realtà italiana. Siamo, infatti, eredi ineluttabili di una storia millenaria, spesso inconsapevoli dell’influenza che essa esercita sui nostri comportamenti, costumi e istituzioni. La nostra identità collettiva, come quella individuale, è profondamente radicata nella geografia, nel clima e nel corso degli eventi storici. Ci illudiamo di essere artefici del nostro destino, oscillando tra servilismo e complessi di inferiorità, intervallati da sporadici sussulti di libertà e orgoglio nazionale, sentimenti raramente condivisi da tutta la popolazione. Secoli di storia hanno inciso nel nostro patrimonio genetico, trasmettendoci, come una mutazione genetica, due tratti distintivi: una propensione congenita alla conflittualità tra fazioni opposte e una diffidenza radicata nei confronti dell’autorità. Dalla lotta tra patrizi e plebei, a quella tra guelfi e ghibellini, fino alle divisioni ideologiche del XX secolo, la storia italiana è permeata da un profondo antagonismo. Questo ci porta a condannare “l’altro” non per le sue azioni, ma per la sua semplice esistenza, per la sua diversità, per il suo non appartenere al nostro gruppo. L’ipocrisia è palpabile: chi manifesta questo atteggiamento nella vita politica si indigna poi ipocritamente di fronte al razzismo, senza accorgersi che il pregiudizio contro chi appartiene ad un diverso schieramento politico, economico o sociale, è esso stesso una forma di razzismo. “Ti odio perché sei di destra, ti odio perché sei di sinistra, ti odio perché sei ricco, ti odio perché sei povero…” Questo odio, rivolto spesso al potere, è un’altra eredità del nostro passato. Per secoli, l’Italia è stata governata da potenze straniere: Franchi, Longobardi, Svevi, Spagnoli, Austriaci, e persino la Chiesa, con le sue scomuniche e i suoi roghi. Questa esperienza ha instillato in noi la convinzione che il potere sia intrinsecamente malvagio, giustificando un’ostilità pervasiva nei confronti di chi governa, da Giolitti a Mussolini, da Berlusconi a Renzi. Una sana democrazia, invece, soprattutto oggi, con il voto come strumento di cambiamento, dovrebbe permettere di accettare il potere legittimamente conquistato, anche se questo commette degli errori, riservandosi di cambiarlo in caso di malgoverno. Ma forse, ancora una volta, è la nostra storia ad impedire di comprendere appieno il significato della democrazia. Aldo Di Vito [email protected]

Redazione

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