Addio a Domenico Ravelli, “Minicuccio ‘o pulizzabotta”

Nel 1989, Nocera Inferiore perse una figura indimenticabile: Domenico Ravelli, universalmente conosciuto come “Minicuccio ‘o pulizzabotta”. Per i nocerini, era un’istituzione cittadina, altrettanto familiare della vicina chiesa di Santa Monica o degli antichi palazzi ormai scomparsi. La sua scomparsa, dopo anni trascorsi a lucidare scarpe nella piazza, ci ha rivelato il suo nome completo, un dettaglio che altrimenti sarebbe rimasto sconosciuto, se non fosse stato per il necrologio familiare che, tra virgolette, specificava il suo appellativo affettuoso. Con lui, se ne è andato un frammento di un passato più sereno. Lo ricordano tutti: quando piazza Santa Monica era un’oasi ottocentesca, con la chiesa e il convento ancora intatti, prima delle modifiche moderne; con il Caffè Romano, i suoi tavolini all’ombra di piante rigogliose, oggi sostituito da un grande magazzino e da cumuli di rifiuti. Di fronte, il palazzo Gambardella, e all’angolo tra Capofioccano e via Fucilari, il negozio di Baldassarre sotto il portico, vicino alla pescheria e alle carrozze in attesa di clienti. Era il cuore pulsante della città, il ritmo lento scandito dal mormorio della fontana, oggi invasa da cartacce e spazzatura. Dietro la fontana, Minicuccio, sul suo sgabello di legno e ottone luccicante, lucidava scarpe mentre i suoi clienti leggevano il giornale. Rappresentava un’epoca più tranquilla, dove si trovava il tempo, almeno la domenica, per una visita dal barbiere e un po’ di chiacchiere, e dove i pochi soldi dati a Minicuccio valevano cinque minuti di pace e serenità. Furono gli anni d’oro: guadagnandosi onestamente il pane, rientrava a casa sereno, trascinandosi allegramente il suo sgabello lungo il Corso, sognando un meritato bicchiere di vino. Poi, la piazza cambiò: la chiesa subì una trasformazione estetica discutibile, il Caffè Romano fu sostituito da bar più rumorosi, i cocchieri andarono in pensione, e le auto presero il sopravvento. In un mondo sempre più frenetico, non c’era più spazio per il lustrascarpe. Minicuccio, incapace di abbandonare il suo regno perduto, divenne parcheggiatore abusivo. Ma non era più lo stesso: il suo viso raggrinzito e la piccola corporatura non nascondevano più la sua allegria. Seduto muto e svogliato sugli scalini della chiesa, raramente reagiva alle auto parcheggiate lì senza pagare. A volte, la sera, lo si vedeva ritirarsi con lo sguardo perso, perso nei ricordi. Ora è scomparso; se esiste un Paradiso giusto, Dio lo avrà accolto con il suo sgabello d’ottone, e i beati faranno la fila per fargli lucidare le aureole, come solo lui sapeva fare. (Tratto da “La Cittanova” del 23 dicembre 1989)

Redazione

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