Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 25201/2016) ha ridefinito i confini del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, aprendo la strada a un’interpretazione più ampia che include l’obiettivo di migliorare la redditività aziendale. La decisione ha suscitato dibattito, poiché estende le cause di licenziamento legittimo al di là delle tradizionali situazioni di crisi o spese straordinarie. La Corte ha riaffermato che il licenziamento rientra nel giustificato motivo oggettivo se legato a esigenze di riorganizzazione e ristrutturazione volte a incrementare l’efficienza produttiva e gestionale. Questo orientamento, basato sull’articolo 41 della Costituzione che tutela la libertà di iniziativa economica dell’imprenditore, consente all’azienda di adottare decisioni per ottimizzare le proprie attività, senza che il potere giudiziario ne valuti il merito. La sentenza in questione riguardava il licenziamento di un direttore operativo, giustificato dall’azienda per semplificare la struttura gerarchica. Mentre la Corte d’Appello di Firenze aveva respinto il licenziamento per mancanza di giustificazione oggettiva, la Cassazione ha invece riconosciuto la validità del recesso, interpretandolo come strumento per accrescere la competitività e non come risposta ad una crisi economica. La Corte ha inoltre sottolineato l’importanza di preservare la competitività aziendale sul mercato, evitando che la tutela di un singolo dipendente pregiudichi la performance e la sopravvivenza dell’azienda nel lungo termine, a potenziale danno di un numero maggiore di lavoratori.
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