Un componimento in dialetto, opera del nostro Nino Ranucci, celebra una figura enigmatica e fondamentale della nostra esistenza: l’angelo custode. “Che fai?”, mi chiede. “Scrivo”, rispondo. “Una poesia? A chi?”. “Ad un caro amico, non spifferare nulla”. “E di cosa gli scrivi?”. “Non fare domande, ti racconterò poi. Un’occasione speciale che non voglio perdere, un segno d’affetto che devo rendere”. È come un fratello, ci vogliamo bene, lo conosco dalla nascita, mi è sempre vicino come un padre e un figlio, mi guida con i suoi consigli. Siamo un tutt’uno, io e lui; ridiamo insieme, piangiamo insieme, lui mi consola. È un dono del Signore, un legame che dura da una vita, cuore a cuore. Ora ho capito, sei un furbo! Tu mi dedichi queste attenzioni, e mentre il mio cervello lavora, tu mi descrivi nel tuo componimento, scrivendo di me, col mio nome. Bene, hai dato sfogo alla tua ispirazione, hai creato questa bella poesia. Dille che siamo insieme, tu e io, l’angelo custode e la sua creatura. Antonio Ranucci
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