Nei mesi autunnali, quando le malattie si diffondevano, le nostre antenate possedevano un repertorio di soluzioni semplici ed efficaci, a volte persino misteriose. Avevano una risposta pronta per ogni malessere, sostituendosi di fatto al farmacista. Spesso utilizzavano erbe raccolte secondo tradizioni consolidate, come quelle della notte di San Giovanni, accompagnando l’applicazione con formule spesso di natura religiosa. Recentemente, l’erboristeria ha riscoperto e validato molte di queste antiche cure. Ad esempio, per la tosse, il rimedio era miele o mosto cotto; per il mal di gola, massaggi con olio caldo e foglie di ruta. Il raffreddore si combatteva con un decotto di fiori di malva e semi di lino, mentre per la febbre alta bastava una patata tagliata a metà sulla fronte. L’erba ruta, considerata un toccasana (“l’erba ruta ogni male stuta”), era impiegata per i reumatismi, le distorsioni (applicata come impacco), l’ansia e la depressione, ritenuta capace di lenire gli animi più irrequieti, persino come amuleto contro la paura, da portare con sé in situazioni temibili. I semi di lino, efficaci per la bronchite (in cataplasma sul petto, o anche per i foruncoli), potevano essere sostituiti da un infuso di menta, camomilla e foglie di canna; erano inoltre un rimedio per i dolori addominali. Per le punture d’insetto si usava l’aglio pestato (analogo all’ammoniaca attuale), mentre per le punture d’ape, una chiave di ferro. Le scottature si curavano con olio d’oliva o fette di patate. La tosse convulsa si alleviava facendo dormire il bambino su un cuscino ripieno di erbe aromatiche come timo, menta, camomilla, salvia e lavanda. Nel passato più remoto, si ricorreva a riti più “magici”. Per i dolori allo stomaco, si applicava sulla pancia un composto di rosso d’uovo e stoppa, poi rimosso e bruciato. I vermi intestinali, malattia diffusa, venivano combattuti con formule e riti appositi (“‘o nciarmavierme”). L’orzaiolo si curava facendo dondolare un ago con filo davanti agli occhi, recitando una formula (“che staje cusenno? Caciuttolo”). L’infiammazione inguinale (“‘a ‘nguinaglia”) si trattava bruciando paglia, applicando poi le ceneri raffreddate sul piede e recitando un’invocazione. E voi, quali rimedi tradizionali ricordate dalle vostre nonne? Condividete le vostre storie.
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