L’affermazione ricorrente di una diminuzione dei costi della politica in seguito alle modifiche costituzionali è fuorviante. Affermare di aver abolito il Senato e di aver ridotto le spese è una semplificazione ingannevole. La riforma proposta, infatti, lascia sostanzialmente intatta la struttura senatoriale, con i relativi costi di gestione, personale e privilegi, comprese le immunità parlamentari. Sebbene il numero dei senatori si riduca a cento, la loro nomina regionale compromette la rappresentanza popolare diretta, sottraendo ai cittadini il diritto fondamentale di scegliere i propri rappresentanti. Una soluzione più efficace sarebbe stata quella di mantenere il Senato, ma eleggere direttamente i senatori attraverso collegi uninominali, garantendo così la selezione di candidati competenti e in grado di rappresentare le esigenze locali. La scelta dei padri costituenti di creare una seconda camera, il Senato, rispondeva a precise esigenze storiche e politiche, volte a bilanciare eventuali decisioni avventate della Camera dei Deputati. Se l’obiettivo fosse stato realmente quello di tagliare i costi, una significativa riduzione del numero complessivo di parlamentari, da 945 a circa 300, avrebbe rappresentato una misura più incisiva ed efficiente. Questo avrebbe, con ogni probabilità, migliorato la produttività legislativa e diminuito le occasioni di conflitto. Una tale misura sarebbe di grande beneficio per i cittadini, gravati da un’eccessiva pressione fiscale, un’ingarbugliata legislazione e un’opprimente burocrazia.
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