In Italia, circa la metà dei matrimoni termina con il divorzio, spesso generando conflitti significativi riguardo alla divisione dei beni e al mantenimento. Sebbene i coniugi possano attualmente optare per la comunione legale o la separazione dei beni, tale scelta raramente si rivela sufficiente ad affrontare le complessità di una separazione. Una soluzione promettente potrebbe risiedere negli accordi prematrimoniali, contratti che definiscono anticipatamente gli aspetti economici e personali del rapporto coniugale, in previsione di un’eventuale separazione. Attualmente, tuttavia, tali accordi sono nulli nel nostro ordinamento giuridico, in quanto considerati lesivi di diritti indisponibili e contrari all’ordine pubblico.
Tuttavia, alla luce delle recenti modifiche legislative riguardanti le unioni civili e della crescente attenzione della giurisprudenza all’autonomia privata nel diritto di famiglia, l’utilità degli accordi prematrimoniali è innegabile. Un disegno di legge del 2014, proponendo l’introduzione di un nuovo articolo nel codice civile (articolo 162-bis), mirava a sanare questa lacuna. La proposta consentirebbe ai futuri sposi di concordare aspetti quali l’eredità, la destinazione di beni mobili e immobili, e le modalità di mantenimento (salvo il diritto agli alimenti). Per garantire validità, l’accordo dovrebbe essere formalizzato con atto pubblico notarile, alla presenza di due testimoni, oppure mediante convenzione di negoziazione assistita da avvocati.
Affinché questi accordi siano conformi ai principi dell’ordinamento giuridico, essi non potranno riguardare diritti indisponibili o obblighi inderogabili derivanti dal matrimonio. Sarebbero quindi inammissibili patti che limitino la libertà personale, come divieti di convivenza o di residenza in specifiche località, o che prevedano impegni di fedeltà post-coniugale o che incidano sullo status personale (ad esempio, impegni a non divorziare) o che limitino il diritto di difesa in giudizio.
L’istituto degli accordi prematrimoniali genera dibattito: alcuni lo considerano un “testamento matrimoniale”, altri uno strumento per affrontare il matrimonio con maggiore consapevolezza e sicurezza, chiarendo le questioni patrimoniali prima che insorgano conflitti. La decisione finale spetta al legislatore, il quale determinerà se la chiarezza contrattuale potrà davvero promuovere armonia e durata del legame familiare.
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