Le immagini del mio passato tornano nitide alla mente. In quella quiete contemplativa, sento quasi la presenza rassicurante di mia madre e di mio padre; un lieve fruscio dei loro passi sembra ancora echeggiare nel tempo. L’avvicinarsi delle festività natalizie risveglia in me ricordi intensi, evocando le attese trepidanti dell’infanzia, il Bambinello portato in processione e deposto nella mangiatoia, tra Maria e Giuseppe. Anche il mio bambino, l’ultimogenito, partecipava a questa piccola sacra rappresentazione, intonando “Tu scendi dalle stelle” prima di adagiare il Bambino nella sua culla di paglia. In cucina, mia madre e io preparavamo i classici tagliolini per il pranzo di Natale, e poi gli struffoli, frittelle croccanti immerse nel miele e decorate con confettini colorati. La gioia del mio piccolo era palpabile, un’esplosione di entusiasmo e promesse. Babbo Natale, nella notte silenziosa, portava i doni, lasciandoli accanto al letto del bambino addormentato. Ricordo le mie bambole d’infanzia, Pupetta e Carlotta; Pupetta, in particolare, con il suo vestito a quadretti rossi, che ancora oggi conservo, riposa nel suo passeggino rosa, un fedele compagno di giochi lungo i corridoi della vecchia casa con la veranda fredda. Erano gli anni Cinquanta, tempi di sogni modesti, dove ricevere una bambola come Pupetta era un lusso per poche fortunate. Oggi comprendo di essere stata una bambina privilegiata, con genitori giovani e splendidi: mia madre elegante nel suo cappotto rosso e nero, il cappello di feltro rosso e le scarpe abbinate, ricordava la stessa Grace Kelly; mio padre, alto e snello, con il suo lungo cappotto grigio e il Borsalino, un viso affascinante con occhi castani e labbra piene. Ci tenevano per mano mentre andavamo a sentire la messa di Natale a San Matteo. Quel ricordo è indelebile nel mio cuore. Dopo la funzione, tornavano a casa per il pranzo, prima di partire in treno per Salerno da nonna Emilia. La nonna, calorosa e accogliente, mi portava in giro per la città, fino alla pasticceria Marino; le vetrine, ricche di dolciumi e panettoni, erano una meraviglia per gli occhi, ma io ero attratta soprattutto dai personaggi di zucchero, in particolare dalle pecorelle e dai Bambinelli. Nonna sapeva questa mia passione, e mi comprava sempre quelle figurine. Ancora oggi, durante le feste, cerco di ritrovare quelle stesse creazioni di zucchero nelle pasticcerie; mio marito, quando le trova, me le compra con affetto. La vigilia di Natale, mio padre acquistava l’albero dal fioraio Franco, vicino a San Matteo, allestiva il presepe di legno sulla cassa della biancheria di mia madre, e io posizionavo i pastori: Beniamino, il macellaio, il melonaio, re Erode con i suoi soldati, i re Magi sui cammelli, Maria e Giuseppe nella grotta. Andavamo in un negozio del Corso e compravamo un pastorello di creta e una pallina di vetro colorata. Quel negozio era un luogo magico, con le sue scintillanti palline, i fili argentati e i giocattoli incantevoli. Ogni anno, alla vigilia, nonna Lillina, piccola e minuta, arrivava da Capocasale con il suo soprabito marrone e i tacchi, portandoci il capitone caldo, avvolto in un grande fazzoletto blu e bianco, e i tagliolini di semola in una graziosa scatola di biscotti. Negli anni Settanta, sotto la luce magica del Natale, baciavo un ragazzo dagli occhi verdi; negli anni Ottanta, giovani sposi, in una fredda sera di dicembre, acquistammo una grotta del presepe moderna, aspettando la nascita di Gesù. Cinque anni dopo, il Natale più bello: aspettavo il mio bambino! Era il dono più grande, un’emozione che si univa alla gioia della nascita di Dio, che si faceva uomo in un tenero Bambino, portando la gioia al mondo nella umile grotta di Betlemme.

Redazione

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