L’Islanda: Un modello economico irreplicabile?

Utilizzare l’Islanda come esempio per affrontare questioni come l’euro o l’appartenenza all’Unione Europea è un’operazione propagandistica fuorviante e opportunistica. Con una superficie di 103.000 km², poco più di un terzo di quella italiana, e appena 322.000 abitanti (una densità di 3 abitanti per km², la più bassa al mondo), la realtà islandese è radicalmente differente da quella di nazioni come Italia, Francia o Spagna. La popolarità di notizie sui “successi economici” islandesi, amplificate anche da personaggi pubblici come Beppe Grillo, che li ha definiti una “favola solida”, merita un’analisi critica. Grillo descrive l’annullamento del debito pubblico islandese, la nazionalizzazione delle banche e la riscrittura della Costituzione tramite referendum e partecipazione popolare online. Questa narrazione, pur stimolante, necessita di contestualizzazione. L’Islanda, infatti, ha dimensioni ridotte e una densità abitativa estremamente bassa. Reykjavik, la capitale, concentra oltre un terzo della popolazione nazionale (circa 120.000 abitanti), un dato che rende il confronto con realtà come l’Italia estremamente improprio. Per comprendere la scala, la popolazione islandese è paragonabile a quella di diverse piccole città italiane messe insieme. La storia dell’Islanda, segnata da carestie, emigrazione e dominio straniero (inglese e danese), evidenzia una realtà complessa, distante dalla narrativa semplificata che spesso la circonda. La resilienza dimostrata dopo la crisi del 2008, che ha visto l’azzeramento del debito verso l’estero e il disconoscimento dei crediti dei depositanti stranieri, non è replicabile su scala maggiore. L’alto reddito pro capite (oltre 40.000 dollari all’anno), garantito anche dalla protezione militare di NATO e Stati Uniti, non deve oscurare le conseguenze economiche della scelta di default selettivo, come la svalutazione della corona che ha dimezzato il potere d’acquisto dei salari. Importare l’esperienza islandese in Italia, con i suoi 60,8 milioni di abitanti e un debito pubblico di 2.195 miliardi di euro, richiederebbe un’autarchia impraticabile e un drastico cambiamento dello stile di vita. Azzerare il debito pubblico significherebbe disconoscere i crediti degli investitori esteri, un’azione con conseguenze geopolitiche imprevedibili. Prima di aspirare a una simile soluzione, è fondamentale valutare le responsabilità di chi ha contribuito al debito italiano e preparare il Paese a un modello di vita radicalmente diverso. In conclusione, l’esempio islandese, pur ricco di spunti di riflessione, è un caso di studio specifico e non può essere applicato acriticamente a realtà nazionali di scala e complessità incomparabilmente maggiori.

Redazione

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