Il peso della memoria: Sarno, maggio 1998

Un’inquietudine profonda mi ha colto ieri, una sensazione di gravità inspiegabile nonostante una giornata quasi estiva. La ragione si è svelata solo consultando il calendario del mio telefono: 5 maggio. Il mio subconscio aveva anticipato la memoria, riportandomi con violenza a un giorno di immenso dolore, il 6 maggio 1998. Ricordo quella giornata come se fosse ieri. All’epoca lavoravo per il primo governo Prodi e le notizie della tragedia nell’Agro Sarnese Nocerino giungevano rapide e allarmanti. Telefonate angosciate da casa descrivevano una situazione catastrofica: una pioggia incessante e torrenziale stava devastando la regione. In sole 72 ore, caddero 260 millimetri di pioggia. La situazione era particolarmente critica a Sarno, ma anche a Siano, Bracigliano, Quindici e San Felice a Cancello. Un boato nella notte ad Episcopio segnalò la discesa di circa due milioni di metri cubi di fango sulla frazione, travolgendo l’ospedale Villa Malta, medici, infermieri e pazienti rimasti intrappolati.

Sedici anni dopo, di fronte ai preoccupanti segnali di Legambiente sulla persistente mancanza di sicurezza a Sarno, sento il dovere di ricordare quei giorni, l’angoscia, la sconvolgente portata del disastro. Tra le 137 vittime, una mi è particolarmente cara: Maurizio Marino, medico dell’ospedale di Sarno, un uomo le cui strade si sono intrecciate con le mie fin dall’infanzia. Spesso mi sono chiesta: “Perché lui, e non io?”. Maurizio, così altruista e generoso, impegnato nel volontariato e nelle attività parrocchiali, era un pilastro della nostra comunità, un amico di famiglia. A Nocera Inferiore, le famiglie sono legate da solide radici, come quelle dei “Padri Pellegrini”: la madre di Maurizio era stata compagna di scuola di mia madre; i suoi zii erano amici dei miei; la moglie Rosetta era una cara amica della mia infanzia. Era una comunità unita, e la sua tomba nel cimitero di Nocera è, per me, una meta obbligata, un pellegrinaggio al ricordo di un fratello. Lo trovarono travolto dal fango, mentre cercava invano di proteggere un bambino. Il viaggio per il suo funerale è stato un incubo, una continua ripetizione mentale: “Forse non è vero, forse si sono sbagliati”, ma sapevo che la realtà era inesorabile, terribile e inaccettabile.

Da allora, numerose altre calamità si sono abbattute, come il terremoto de L’Aquila, ma la frana di Sarno conserva per me il volto di Maurizio, il dolore lancinante per l’incapacità di comprendere come sia stato possibile che quelle persone – sei tra personale medico e pazienti – siano morte senza possibilità di salvezza. Vittime di decenni di negligenza, di mancanza di infrastrutture idriche, di opere di contenimento, di costruzioni abusive, di scarsa manutenzione e pulizia dei Regi Lagni, opere progettate dai Borbone proprio per proteggere la zona dalle alluvioni.

Vi invito a ricordare con me le vittime di questa tragedia annunciata, prevenibile da chi possedeva conoscenze idrogeologiche. Nulla è cambiato: nessun intervento serio di manutenzione e canalizzazione è stato attuato per evitare che si ripeta. Solo la fortuna, la non convergenza di fattori negativi, ha evitato altre catastrofi. Negli anni successivi, numerosi allarmi hanno segnalato il rischio di frane e alluvioni, in particolare a Sarno. Viviamo costantemente sull’orlo del baratro. È questa una politica responsabile, una gestione onesta della cosa pubblica? Ricordando gli scandali di corruzione che hanno coinvolto consiglieri regionali della Campania, mi sale la nausea. Con le elezioni imminenti, i candidati alla presidenza della Regione si sfidano. Credete che nei loro programmi ci sia anche solo un accenno a interventi per la prevenzione del disastro idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio? No, non c’è traccia.

Redazione

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