La sentenza definitiva sull’ex premier italiano suscita profondo disorientamento nell’opinione pubblica. Il caso, già complesso per le ramificazioni relative ai pagamenti alle “Olgettine” e alle testimonianze di Nino Maiorino, culmina con l’assoluzione di Silvio Berlusconi per concussione e prostituzione minorile da parte della Corte di Cassazione. Questo esito contraddittorio, dopo sentenze di primo e secondo grado che avevano decretato la colpevolezza, solleva interrogativi cruciali sul rapporto tra verità giudiziaria e giustizia percepita. Come possono giudici esperti, analizzando le stesse prove e dichiarazioni, pervenire a conclusioni così diametralmente opposte? Il cittadino medio si trova a domandarsi se Berlusconi sia effettivamente colpevole dei fatti contestati: sapeva che Karima El Mahroug (“Ruby Rubacuori”) fosse minorenne? Ha indotto le giovani donne presenti nelle sue proprietà alla prostituzione? Ha esercitato pressioni sul funzionario di polizia per impedire l’affidamento di “Ruby” ad una struttura protetta? La domanda fondamentale rimane: qual è la verità? E, soprattutto, è stata fatta giustizia?
La controversia, alimentata da una visibilità mediatica senza precedenti, pone sotto la lente d’ingrandimento l’intero sistema giudiziario italiano. Se un caso di così elevato profilo, con risorse impiegate e personaggi coinvolti di alto livello, genera un tale contrasto nelle sentenze, cosa possono aspettarsi i cittadini comuni, privi delle stesse risorse economiche e legali, coinvolti in procedimenti simili? L’invocazione dello stato di diritto e dell’indipendenza della magistratura, pur tecnicamente corretta, non placa le preoccupazioni. La giustificazione che il duplice esito dei gradi di giudizio garantisca una maggiore tutela al cittadino appare insufficiente.
La domanda che sorge spontanea è: perché un individuo che, secondo il suo stesso difensore, ha commesso gli atti contestati, viene assolto per mancanza di prove sulla consapevolezza della minore età di “Ruby” o sull’esercizio della concussione? La distinzione tra assoluzione giudiziale e giudizio morale, pur condivisibile, non placa il senso di frustrazione diffuso. La sensazione prevalente è di una giustizia che si allontana dalla verità dei fatti, lasciando un’amara percezione di ingiustizia. Il desiderio di una giustizia che si fonda sulla verità dei fatti, e non solo su una verità processuale, resta un’aspirazione forse irrealistica, ma certamente sentita profondamente dai cittadini.
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